giovedì 12 aprile 2012

Storia della Villa Medicea di Lappeggi










Lappeggi, L’Appeggi o Appeggi, si pensa derivi da Appaedius, nome di persona, o da la Peggio, accezione negativa forse per la peggior villa posseduta dal Medici.
La villa nasce come costruzione turrita dei Bardi, passata poi ai Gualterotti, ai Bartolini Salimbeni e infine ai Ricasoli, nel 1569 fu acquistata da Francesco I de’ Medici che la fece ristrutturare dal Buontalenti, con una serie di interventi che terminarono nel 1585. Quando, nel 1667, la villa fu assegnata al cardinale Francesco Maria, fratello del granduca Cosimo III e donata a Mattias de Medici, questi incaricò l’architetto Antonio Ferri di ristrutturarla completamente. Il cardinale infatti tanto predilesse la residenza di Lappeggi che, avendola trovata in modesto stato e quasi priva di delizie e decori, volle iniziare, nel 1706, un globale intervento di restauro per donarle l’aspetto di una residenza signorile e conferirle maggior ampiezza e magnificenza.
Sotto la direzione dell’architetto Ferri fu ampliata e rivista la facies architettonica del fabbricato attraverso la ridefinizione di nuovi prospetti, sistemazione di statue e deliziosi giardini con fontane e giochi d’acqua.
La quasi totale riedificazione del fabbricato previde il decoro degli esterni con nuovi motivi di gusto settecentesco, l’apertura di un cortile verso il giardino e la sopraelevazione di un ulteriore piano, che portò alla chiusura del loggiato superiore ed alla creazione di una nuova balconata, nonché alla costruzione di una doppia scalinata prospettante sul giardino formale. Contestualmente a questi lavori vennero edificati altri ambienti, fra cui le scuderie, le serre e un teatro; fu inoltre costruito nel giardino un kaffeehaus e un locale adibito al gioco della pallacorda, della pilotta e del pallongrosso.
Anche la conformazione del terreno su cui fondava l’edificio venne completamente revisionata e l’impervio andamento topografico fu ridotto in piano e addolcito nelle diverse quote del terreno attraverso la creazione di numerosi viali e stradoni arredati da alberi, che consentivano la definizione di uno spazio circostante piacevole per il passeggio.
I giardini circondanti l’edificio furono resi altrettanto sontuosi e prestigiosi, rappresentando però un luogo quasi intimo e di contemplazione della natura: sul retro dell’edificio si estendeva un vasto salvatico, al lato del fabbricato un pomario e sul davanti un giardino formale ricco di peschiere, fontane, vasi fioriti, piccoli boschi e uccelliere.
Il giardino fu realizzato aprendo viali, fiancheggiati da cipressi, e sorse anche un ampio spiazzo recintato da una muratura merlata e con una balconata centrale; questo spazio era diviso geometricamente in varie porzioni delimitate da elementi lapidei sopra i quali erano ubicate bellissime piante di limoni.
Il meraviglioso giardino, celebrato anche nella famosa incisione dello Zocchi, era inoltre arricchito da statue, fontane, giochi d’acqua e da un ninfeo, alimentati dalle acque provenienti dalla sorgente di Fonte Santa. I lavori di rifacimento eseguiti per volontà del cardinale Francesco Maria, iniziati nel 1698 e compiuti nel 1708 sotto la direzione del Ferri, hanno rappresentato il maggiore intervento di restauro eseguito sull’immobile, tanto da far paragonare la villa di Lappeggi ad un nuova Pratolino settecentesca, e superare certamente, per mole ed entità, precedenti cantieri insediati nel fabbricato di Lappeggi aventi anche importanti esecutori ed artisti, quali ad esempio Bernardo Buontalenti, Ferdinando Tacca e Stefano della Bella.
Attualmente i giardini sono molto variati, si è persa la magnificenza e lo splendore dell’epoca, solo l’elemento della scalinata monumentale con il ninfeo sottostante rimane, peraltro ridotto in condizioni notevole degrado, quale emblema dell’antico sfarzo dell’immobile. Il terrazzamento su cui si imposta il piano di campagna della villa prospetta sul vasto giardino sottostante, un tempo progettato secondo gli stilemi del giardino formale, e ad oggi ridotto esclusivamente a prato. Anche le decorazioni tardobarocche di cui la villa era stata arricchita con l’intervento del Ferri, rimangono solo percepibili e ricordate dalla scalinata che si apre davanti alla villa, rispecchiando la tipologia settecentesca riscontrabile anche negli interventi coevi di ristrutturazione eseguiti ad esempio a villa la Tana o villa di Torre a Cona.
La terrazza, a pianta ellittica e delimitata interamente da una balaustra in pietra che corre anche per le due rampe di discesa verso il prato, ospita ancora oggi un vasca a unico piatto, anch’essa lapidea, ubicata in posizione centrale, quale punto centrale di coronamento della prospettiva, e circondata lateralmente da una composizione di elementi litici di completamento dell’immagine prospettica, realizzata attraverso l’apertura della balaustra e la presenza di volute ed elementi architettonici di ornamento, posti nella zona basamentale della fontana. Questa elegante composizione si pone a coronamento della grotta sottostante, che si apre sotto ad un’arcata a tutto sesto.
Il piccolo ninfeo, a pianta rettangolare con uno sviluppo longitudinale, che evidenzia l’intenzionalità progettuale di costituire un ambiente ipogeo sviluppato in profondità, attualmente in avanzato stato di degrado, era interamente decorato con il classico repertorio materico impiegato per tali manufatti architettonici, ritrovabile ad esempio nel ninfeo del Bandino. Sono ancora visibili i resti dei materiali impiegati tipici del gusto manierista per le sistemazioni esterne di questi monumentali edifici, tra i quali, spugne e conchiglie, stalattiti ed elementi organici, sassi di fiume per le decorazione di pavimentazione, ed elementi scultorei, di cui ne rimane un probabile resto nella parete di fondo. In questa realizzazione anche la copertura del vano, risolta con una volta a botte, era interamente decorata da tali materiali, con l’impiego dei quali erano anche delineate composizioni geometriche e specchiature, con un effetto generale di elevata raffinatezza compositiva; non si ha la presenza di sfondati prospettici o pareti dipinte.
Nel vasto prato si ha anche la presenza di due ampie vasche circolari in pietra, con una profondità di circa due metri, interamente incassate nel terreno. Non si ha ad oggi la presenza di augelli od elementi per la fuoriuscita dell’acqua, e tale fattore lascerebbe presumere ad un impiego come vasche di raccolta, ma è anche probabile che l’incuria abbia completamente cancellato i segni della reale funzione dei due vasconi, che, anche per la loro posizione e rapporto con il disegno globale dello spazio verde antistante la villa, si configuravano più probabilmente come elementi di arredo e decoro del giardino, ospitando anche la presenza dell’acqua in alti ed abbondanti getti verticali, rappresentando così quinte sceniche ascensionali di inquadramento prospettico della veduta globale del parco e dello splendido paesaggio circostante.
All’interno della villa, il principe Mattias de’ Medici fece affrescare sulle pareti alcune vedute dei campi di battaglia di Lutzen e Nimega dal pittore Antonio Tempesta. Più tardi, nel 1702-1703, le pareti delle sale furono ulteriormente arricchite con affreschi di Pier Dandini e Alessandro Gherardini, quadrature di Rinaldo Botti e stucchi di Giovan Battista Ciceri. Nel 1817, quando rischiava di andare in rovina, la villa fu acquistata da Giovacchino Cambiagi, che fu costretto a demolire il piano superiore. La villa passò poi alla famiglia della Gherardesca e nel 1875 allo scultore Giovanni Duprè finché subì ulteriori danni con il terremoto del 1895.
Nella lunga costruzione, popolarmente detta il “treno” dagli abitanti del posto, fu edificato anche un oratorio, dedicato a Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, che conserva affreschi alle pareti e un dipinto ad olio su tela, sopra l’altare maggiore, di Agostino Bimbacci, rappresentante Santa Maria Maddalena de’ Pazzi che riceve il bambino Gesù da Maria Vergine. L’abitato di Lappeggi era già ben conosciuto in Età medievale: ed a tale periodo sembra riferibile una torre successivamente inglobata in un edificio di più grandi dimensioni visibile al numero civico 88, sul lato dell’abitato più distante dalla villa. La struttura, costituita da corsi piuttosto regolari di pietre di alberese che definiscono anche l’angolata, presenta aperture di cui una coronata da un arco a sesto ribassato che la potrebbero datare alla prima metà del XIII secolo. Forse a questa si riferisce poi un contratto notarile del 1340 nel quale viene descritta (in latino) «una casa alta o torre cui è affiancato un altro edificio nel popolo della pieve dell’Antella, nel luogo detto Lappeggi».
La torre ha subito molti rimaneggiamenti sia per l’edificazione di un bastione alla base, sia per la cimatura, chiaramente visibile nella parte sottostante del tetto, operata al fine di uniformare la struttura al corpo di fabbrica che attualmente la ingloba. Inoltre, la presenza di una muratura irregolare mista ed il largo impiego di laterizio lascerebbero ipotizzare massicci interventi sull’intero complesso architettonico che, sicuramente, dovette essere intonacato; per di più, alla fine del XIX secolo, gran parte della struttura venne restaurata (anche con l’apposizione di catene) per i danni prodottisi dopo una scossa di terremoto.
Non è possibile sapere con certezza se proprio a questa a torre ed all’edificio che doveva esserle annesso almeno dal 1340, si riferisse il proprietario, Niccolò di Giovanni di Sinibaldo da Lappeggi, quando, nell’aprile del 1409, prestò giuramento agli ufficiali della Repubblica fiorentina impegnandosi a difendere contro eventuali assalti nemici il «suo fortilizio ubicato nel territorio parrocchiale di Santa Maria di Antella, detto Lappeghia». Resta abbastanza evidente che la popolazione dell’abitato e della zona, priva di qualsiasi altra difesa, poteva contare su un rifugio offertole, in caso di necessità, da uno dei proprietari terrieri originari del luogo.
Poco o niente resta ora dell’insediamento medievale: del resto, procedendo in direzione della villa non è difficile notare che molte strutture presentano nelle facciate materiali di reimpiego, appunto di Età medievale, come, ad esempio, l’edificio ubicato al numero civico 76, che nasconde sotto l’intonaco alcuni filari di pietra alberese ben squadrata e lavorata.

Fonte:
Verdi Terre di Toscana

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