domenica 2 dicembre 2012

TANGO

VLASTIMIL KOSVANEC

Per molti anni sono stata un'appassionata ballerina. Il tango è totalizzante.  Violini e bandoneon ti avvinghiano come una ragnatela e si cominciano maratone notturne su tacchi da capogiro, ascolti musicali monotematici con gravi dissidi familiari, letture di racconti e manuali di  tango, viaggi a Buenos Aires, visioni di film e video di maestri che si cerca entusiasticamente di propinare ad amici increduli, trasferte in giro per l'Italia per seguire festival ...insomma un delirio dal quale mi sono riavuta poco tempo fa e di cui ho ancora qualche rimpianto.
In quel bellissimo periodo ho anche scritto racconti di tango. L'osservazione dei personaggi delle «milonghe» e l'autoironia che fortunatamente non mi ha mai abbandonato, hanno creato un humus fertile di idee che condivido.

Al B&B, su richiesta, si organizzano corsi privati di tango in collaborazione con maestri dell'associazione «Tango per cambiare». http://www.tangopercambiare.org/

dal sito http://www.tangodiferente.it/link/

PIEDI


Un mio fidanzato diceva “due fette di pane da contadino”, intendendo le fette tagliate da pagnotte enormi di pane di campagna, quelle che oggi, in regimi panefobici, basterebbero per due settimane.
Ne ho sempre avuto soggezione. Da bambina inciampavo continuamente e porto ancora sulle ginocchia i ricordi dell’equilibrio instabile provocato da quelle lunghe appendici che crescevano a vista d’occhio e molto più di me. La mia mamma disinfettandomi le rotule piene di croste mi diceva “Alza i piedi, Cristina! Alza i piedi!” E così ho imparato a camminare a occhi bassi non per pudicizia quindi e con un’andatura insicura e sgraziata da Pinocchio.


Non c’era il mio numero nelle scarpe da donna. Dovevo cercare fornitori del mercato americano oppure scegliere modelli da uomo, mocassini a pianta larga dove i miei sfilatini secchi sbattevano sulle superfici interne provocandomi dolorose vesciche. Quando compravo scarpe sportive, che di solito erano bianche, dovevo distogliere lo sguardo per l’imbarazzo e in tutti gli sport il cui abbigliamento richiedeva pantaloncini corti, ero una schiappa. Il resto del corpo poi si evolveva in morbide forme mediterranee ma le mie “radici” erano esagerate. Non andava male con la ginnastica artistica. Le calze nere, le scarpette impercettibili e le punte allungate davano un certo slancio alla mia figura di giovane olivo. E naturalmente il mio sport era il nuoto: galleggiamento perfetto, pinnata potente e ... in acqua non s’inciampa. Ai miei tempi il nuoto sincronizzato non era diffuso altrimenti sarebbe stato sicuramente uno sport adatto alla sirena dalle lunghe pinne caudali, morbida e sinuosa per assenza di peso e ostacoli che ero. I pesci infatti li riconoscevano. Quando immergevo le mie pinne in mare arrivavano a frotte ad assaggiarle e una volta ho pescato un polpo con l’alluce. Vi si avvinghiò fiducioso ma io l’ho bollito senza un briciolo di pietà.

Una volta decisi di fare un corso di ballo. Ero rimasta affascinata dai movimenti dei piedi di una maestra. Due piedi minuscoli, aggraziati, capaci di delicatissime e leggere movenze, due farfalle in cerca di nettare che si posavano a terra senza peso, trasportate da zefiri di musica e illuminate dai bagliori argentati di sandali altissimi e eleganti che lasciavano completamente scoperte delle unghie madreperlate che incorniciavano perfette quelle alucce. Ero ipnotizzata e commossa per l’ammirazione come davanti ad un’opera d’arte che si apprezza finalmente dal vivo. Quei piedi erano un’apoteosi di grazia e femminilità a me completamente precluse. Cominciai a tingermi le unghie ma ottenni l’effetto catarifrangente. Provai tutti i colori possibili dall’azzurro al marrone passando per il rosso, viola, rosa e bianco.
I colori pastello erano quelli che mi terrorizzavano meno. Poiché vivevo in campagna li sporcavo frequentemente e quindi li lavavo, lisciavo, spazzolavo (trovavo delle formichine sotto le unghie), mettevo creme, deodoranti, ma niente li faceva sembrare delle libellule. Rimanevano delle appendici sfacciate.









Il periodo delle Birkenstock fu quello dell’ostentazione, nuda, grande e insolente. Le mie non erano ciabatte erano portaerei con su scritto: me ne frego. Avevano un difetto: erano indistruttibili ma finalmente, dopo frequenti docce e bagni di mare, sono riuscita a buttarle nel cassonetto.











Il risultato di anni e anni di scarpe enormi e battaglie per la liberazione del piede, è che ho dei piedi bellissimi, sani, lunghi e forti. Ho cominciato ad indossare scarpe con tacchi a volte vertiginosi. Ballo. E ciò che più amo è nuotare in pista pinnando a volte leggera a volte energica, seguendo la corrente musicale insieme al polpo che ho tra le braccia che cucino con una nuova pietà, al fuoco lento della seduzione.



Ballerina di mare

Acqua calda
Viscosa e saporita
Liscia e morbida
Elastica alle pressioni delle dita
Nuoto come mi pare
Come una ballerina di mare





I MIEI VIDEO PREFERITI



Milonga de mi amor

De cierto amor

Buenos Aires

El Grito

Ventana

Tango Clara

Patricie y el Arbol de Oño..

Androgyne (Dir Richie Winearls)

Tango Toilet

Los Hermanos Macana Tango New York Times Square

Tango




HO PERSO LA MIA OMBRA

(dedicato ad un maestro di tango)




Le milonghe sono un curioso caravanserraglio di personaggi in perenne ricerca. La maggior parte di loro, interrogati, affermerà che cerca di socializzare ma a guardarli bene si capisce al primo o secondo sguardo, che stanno cercando qualcosa di sé che è andato perso in un qualche trasloco della vita.

Uno di loro si chiamava Piero. Quando si guardava allo specchio e vedeva un uomo giovane abbastanza piacente, tirava un sospiro di sollievo pensando tra sé e sé: ffiu... meno male... ci sono. E si guardava spesso. Le sue donne avevano sempre pensato che si trattasse di vanità... che sciocchezza. Aveva tutt' altri problemi.

Le donne. Gli piacevano molto, quasi tutte, fuorché le cattive. Le scansava, evitava anche che lo toccassero. Aveva paura che lo mandassero in pezzi e lui con i puzzle non se l’era mai detta.

Gli piaceva ballare il tango. Era bravissimo. Ballava come se rincorresse la sua ombra. Era molto alto perciò cercava sempre ballerine alla sua altezza. Una sera alla milonga ne vide una: un metro abbondante di gambe fasciate da eccitanti ed indescrivibili indumenti neri, sandali vertiginosi. Rossi. Un nasone bellissimo che immaginava già incollato alla sua guancia: negativo e positivo, uomo e donna, ying e yang. Era perfetta.

Si avviò baldanzoso al suo tavolo immaginando come l’avrebbe sorpresa: un doppio gancio carpiato, una mordida a tagliola, una lustradora fino all’ascella, una calesita orizzontale... Mentre così fantasticava, non riuscì a scansare il lancio di un voleo di una coppia improvvisamente apparsa lungo il suo percorso di caccia. Il tacco di lei gli si piantò nel malleolo ad alta velocità e lui barcollò, recitò un paio di silenziose bestemmie, guardò con odio il ballerino spavaldo e barcollando atterrò su un tavolo. Lì sedeva la principiante, sorella minore di Gongolo, che scattò in piedi sorridendo. Finalmente qualcuno, anche se un po’ burrascoso, l’aveva invitata a ballare.

Si accomodò, come poteva, tra le sue braccia fiduciosa. Piero non poteva credere ai suoi occhi e, ancora dolorante, si accinse a fare il suo dovere. Lei gli appoggiò la sua manina sul gomito e lui si sentì sproporzionato, esagerato, inadeguato. Lei appoggiò il naso, formato patatina novella, al fondo del suo sterno. Lui vide quella divisa perfetta tra bande di capelli color ossidiana, due palpebre rosa coronate da un fitto davanzale di lunghe ciglia e un’espressione da post poppata. Allora s’intenerì e si piegò un po’ in avanti per arrivare per lo meno a cingerle la scapola mentre alle sue narici giunse un profumo di pesca matura che proveniva da quell’esserino che ballava con l’impegno del saggio di fine anno. Ballarono tutta la sera. Lui non riusciva più a separarsi da quella bambola con cui finalmente la sorella lo lasciava giocare e la stringeva sempre di più. La patatina di lei era già diventata una ciliegia e le bande di ossidiana cadevano pesanti inumidite dal sudore della camicia di lui. Alla fine, stanchi, si fermarono e si staccarono un po’ a fatica. Lui allargò le gambe come una giraffa, la guardò e le chiese: Michia ti meco? Lui si era solo un po’ confuso... A volte le sillabe gli nuotavano nel cervello impazzite e gli si ammazzettavano a casaccio come in una slot machine per fuoriuscire libere nel disordine in cui si erano formate e fermate nella sua glottide. Lei spalancò gli occhi e gli sorrise allontanandosi frettolosa per raccontare l’avventura alle amiche: Ho ballato con un greco!



Anche il resto della sua vita era un po’ disordinato. Per esempio viveva ad Arezzo, lavorava a Lucca, la sua famiglia abitava a Grosseto, le fidanzate le prediligeva di Bologna. La sua macchina, modello reperto, agonizzava e spesso lo abbandonava preferibilmente a Roncobilaccio in piena notte. Tant’è che lui si era organizzato e portava sempre con sé il sacco a pelo, confezioni di merendine e bottiglie d’acqua. Se il telefono era carico chiamava una delle sue fidanzate. Pietosamente sceglieva quella più vicina alla piazzola. Spesso lo raccoglievano ma qualche volta lo esortavano poco elegantemente a chiamare la sua mamma. Allora lui si confezionava spiegazzandosi alla meglio nell’auto fino al mattino. A volte, quando la notte successiva arrivava a casa stanco e sporco come dopo una partita di rugby, si rendeva conto che la chiave di casa era rimasta sul comodino di Via Zamboni n. 6, 3°piano. Allora provava a svegliare il suo miglior amico, Filippo, il quale però era sordastro e la notte si toglieva l’apparecchio. Fortunatamente soffriva un po’ d’insonnia e qualche volta gli apriva la porta.

Aveva aperto una milonga a Pisa. Si ballava una volta la settimana. Alla cassa c’era un ladro d’auto in libertà vigilata, al bar un iscritto agli AA.AA., alla musica il suo amico Filippo. Lì si radunavano i migliori personaggi del Centro Italia, almeno per un/una scrittrice di romanzi in stile psicosociomondano. C’era di tutto. Prostitute in pensione con lo scivolo che mostravano senza tabù gli avanzi di magazzino di strumenti professionali. Psicolabili impasticcati, reduci dalle consuete battaglie esistenziali, che ballavano in trance. Ex tossici mandati a fare danza-terapia dai terapeuti del SERT. Anziani pedofili ritirati che ormai si accontentavano di palpeggiare le ventenni. Coppie stufe in cerca di accensione. Cinquantenni che rispolveravano armi seduttive di massa in disuso. Quarantenni che ballavano in ansia come se stesse scadendo il tempo massimo dato loro dal calendario della vita per accoppiarsi. E tutti, ma proprio tutti, in cerca di CPS (consolazione provvisoria sostitutiva) che è la grande medicina del tango. Uno sciroppo dolce e vischioso che induce uno stato di malinconico sentimentalismo al quale si rimane incollati nella attesa che compaia, avvolto dalla nube purpurea del suono del bandoneon, l’unico, insostituibile ballerino/a dei tuoi sogni.
A Piero piaceva quella corte dei miracoli, la sentiva sua. Era la sua gente, la sua patria ma, spugnosamente, ne assorbiva lo sconforto che amplificava il suo quando le quinte dei sogni rimanevano vuote e la malinconia si trasformava in acute grida di disperati violini. Allora si eclissava, si nascondeva in luoghi interni, si cancellava dal foglio di quel tema troppo lungo e scontato, s’impacchettava come un k-way. Non c’era più per gli amici ma per identificazione non c’era più neanche per se stesso. Non c’era più allo specchio. Non c’era più neanche la sua ombra.


Cristina giugno ‘06



Ascolto senza guardare e così vedo. Pessoa



 La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente... Picasso



RINO BATMAN



Rino non ci vedeva niente, ma proprio niente! Gli era sempre piaciuta la musica e ballarla. Aveva imparato molti balli e un giorno un amico l’aveva portato con sé ad una lezione di tango. La maestra lo adottò e ben presto diventò il suo braccio destro. Nel frattempo gli insegnò i passi che lui imparò rapidamente. Gli piaceva stringere tra le braccia una donna, era un profluvio di sensazioni. Non sapeva cos’era la vanità e quindi si dava con una generosità inusuale che piaceva a molte donne.



Quando si sentì più sicuro cominciò a frequentare le “milonghe”. Si presentava risistemato e si sedeva cominciando ad assaporare l’ambiente: gli odori, la temperatura, la musica, i brusii, i fruscii..... Dalla qualità e quantità di profumi discriminava il sesso dei presenti. Se erano lì da molto e quindi avevano ballato a lungo, la temperatura e l’umidità dell’aria salivano. Cominciava ad incamerare queste informazioni pregustando i piaceri successivi. Sentiva le coppie che passavano dallo spostamento d’aria e a volte riusciva ad indovinare anche le figure che facevano. Gli amici non ci potevano credere, e al suo tavolo, erano frequenti le scommesse coronate con bottiglie di birra. “O vediamo: era un gancho o un voleo? Un ocho cortado o no? Rino a volte perdeva ma spesso indovinava perché il movimento dei ballerini si disegnava sulla sua pelle.



Dopo la seconda o terza birra vinta, Rino partiva per un giro di ricognizione chiamato “profumeria”. Percepiva come si univano gli odori personali con i profumi. Alcune di queste miscele erano già conosciute al suo fine olfatto perché erano quelle di ballerine con le quali Rino aveva già ballato molte volte e allora salutava garbatamente. Quando chiedeva ad una ballerina nuova di ballare, Rino aspettava che si alzasse e l’accompagnava in pista tastandole il polso: lo faceva Ray Charles e quindi lo voleva fare anche lui! Dai polsi Rino sentiva la compattezza della pelle, il volume, la delicatezza, la forza, il battito cardiaco, il calore e quindi capiva se era carina e se aveva ballato durante la serata. Da come diceva di sì, capiva se era simpatica o no. Le antipatiche ci ballavano per compassione. Le altre erano ben contente di ballare con lui perché era bravo e sorprendente. A Rino non piaceva prendere l’iniziativa sul tipo di abbraccio, pensava che fosse meglio inizialmente che lo facesse la donna perché lui l’avrebbe stretta il più possibile ma non a tutte piaceva. Aspettava quindi qualche attimo per assicurarsi che l’attenzione di entrambi si fermasse proprio lì e che la musica comunicasse cosa voleva da loro. Le sue particelle sensibili fibrillavano. Per lui quello era il momento più emozionante: istanti di attesa ricchi di messaggi e aspettative. Da come la donna lo abbracciava Rino capiva il suo stato d’animo: la pressione delle mani, la vicinanza, l’equilibrio gli comunicavano informazioni sulla sua fiducia, concentrazione, disponibilità al dialogo danzante con lui. Nel frattempo ascoltava la musica e intuiva i movimenti dei corpi delle coppie intorno. Quello era senz’altro il compito più difficile perché non poteva dedicarsi solo al ballo con la ballerina, come gli sarebbe piaciuto, ma doveva captare dove spostarsi e quando fermarsi.



Rino era cieco dalla nascita e non amava andare in giro con il bastone bianco, distintivo di handicap. Aveva affinato un’abilità particolare a sentire i corpi solidi intorno a lui. Quando era più piccolo si esercitava con gli oggetti di casa e crescendo con i mezzi in movimento e le persone. Aveva l’emisfero destro del cervello particolarmente sviluppato e, come gli artisti che vedono ciò che vogliono ritrarre come un insieme di spazi vuoti e pieni, Rino sentiva chiaramente le masse che occupavano l’aria e i loro spostamenti. L’allerta costante gli aveva fatto ormai interiorizzare questa sensazione e ora che era adulto, vedendolo muoversi, si stentava a credere che fosse cieco. I suoi amici lo chiamavano Batman. Ciononostante quando la milonga era affollata era difficile per tutti riuscire a muoversi evitando gli scontri. Per Rino Batman era però un punto d’orgoglio e cercava di far passare questa sicurezza nella tranquillità del suo abbraccio che lui chiamava CAT – centro di accoglienza temporaneo. I tanghi migliori erano però a fine serata quando rimanevano pochi irriducibili appassionati e la pista era più vuota. Allora lui rilassava l’attenzione dallo spazio e la concedeva completamente al ballo e alla ballerina. Per i passi del ballo Rino era un eclettico. Aveva imparato le basi e il concetto di “marcacion” ma il suo movimento non copiava quello di nessuno, era solo suo. La maestra di tango gli aveva insegnato ad ascoltare la musica e i suoi consigli: “E’ la musica che ti dice cosa devi fare Rino” gli diceva. Per lui questi fenomeni sconosciuti ai più, sconosciuti non lo erano per niente. Conosceva bene i misteri della ricettività e anzi si sentiva a suo agio quando gli si chiedeva di usarla.



Nel ballo Rino cercava la “fusione libera” o il “racconto di sé”. Spiegava ai suoi amici che il tango lui lo ballava in fusione con la ballerina ma con la libertà di entrambi di suggerire variazioni. “Suggerire” come al teatro, come a scuola, con un filo di voce, con complicità. Il racconto di sé aveva per lui quest’immagine “Hai tempo? Hai voglia? Vieni qui tra le mie braccia ti racconto una storia, la storia di me e tu mi racconti la tua.” “Alla fine della serata - diceva - sappiamo qualcosa di più ma non solo sul ballo!”



Ora Rino Batman non c’è più. Se n’è andato e ci ha lasciati orfani dei suoi sogni e delle sue fantasie. Non l’abbiamo più visto alle milonghe, nessuno sapeva più nulla di lui. Dopo qualche tempo arrivarono sue notizie. Era in Argentina. Diceva che voleva ascoltare altri racconti.




Cristina giugno ’06

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